Maurizio Chiaravalli

Conferme

23 settembre – 12 ottobre 2021
Binario 7, Monza

Testo critico a cura di
Mattia Ferrario

Questa serie di opere di Maurizio Chiaravalli intitolata Conferme mostra il suo animo più delicato e drammatico.
Dopo una ricerca visuale tesa a un astrattismo materico arso e ossidato, Chiaravalli, non estraneo a ricerche formalistiche, opta per materiali cortesi, quasi riguardosi nei nostri confronti: il lino e il cotone. La loro freschezza è la freschezza del ricordo della madre, che in dote ha ricevuto questi beni e che ora si stringono attorno alla forza stanca e generativa del ricordo e della memoria. 

La vita passata è ancora qui, seppur in un’altra sostanza: le tele non sono tanto un documento che attesta, forse troppo narrativamente, che prima lì qualcosa c’era. Esse sono il radunarsi impossibile e trascendente di tutti i ricordi che in un colpo d’occhio si manifestano nel loro essere ora, non nella loro funzione dimostrativa. Si compie un vero e proprio miracolo transustanziale, in cui l’esperienza della vita quotidiana è presente e sussistente nella tela. Ciò che si vuol dire è che la tela non è altro da se stessa, non è il significante ma è nello spazio della tela che avviene e si prospetta il presente. Si tratta perciò di uno spazio impressivo, che cioè si offre come mezzo di conoscenza, questa volta chiave di accesso per il ricordo sospeso e la sua rappresentazione mentale. Questa im-pressio non si manifesta come traccia né come calco in negativo del vivere ma è presenza fenomenica attiva, che pur continua inevitabilmente a suscitare. È guardando nella tela che i ricordi nella loro irrealtà diventano si fanno più potenti e sovvertono irrimediabilmente il modo di concepire l’immagine. 

La cicatrice non ancora rimarginata desta l’attenzione. La breve esperienza umana sulla Terra è fatta di distacchi, crepe, dicotomie fisiologiche: l’urlo della nascita che rompe il silenzio, la coscienza di esserci in relazione all’Altro, la voragine del lutto. Sarebbe inutile inserire i sostanziali eventi della vita dell’uomo all’interno di un percorso lineare che è comunque apparente. Morte e nascita sono facce della stessa medaglia, modi di concepire lo squarcio della dimensione temporale che la coscienza opera.
Esiste quindi una “gioia” connessa al lutto e un dolore legato alla nascita? Entrambe partecipano della dimensione del distacco che l’esistenza ci propone, l’una mediata dalla dimensione della malinconia, l’altra legata alla cesura dell’equilibrio omeostatico e alla nascita di una sensorialità più complessa che introduce al mondo-altro da me stesso. Quindi in questo mondo in cui non possiamo definirci ahinoi come Io sono colui che sono, la cicatrice è di tutti. Alcune si possono rimarginare, altre no e le prime lasciano comunque tracce del loro esser-state che in qualche modo confermano la nostra esistenza, la nostra realtà interiore, l’irrealtà dell’esperienza del ricordo.

L’approccio di Chiaravalli è quello di un chirurgo, che con estrema precisione tenta di unire i due lembi. La superficie della tela non può vivere senza la cicatrice e viceversa, come non esiste colore senza superifice né estensione senza cromie. Quelle di Chiaravalli sono cicatrici epidermiche, che con un egocentrismo che caratterizza ognuno di noi, spera di specchiare nei suoi processi artistici. Senza voler sublimare e bloccare ciò che per sua natura è metamorfico e inafferrabile, la conferma dell’esserci è forse lo stesso habitus e processo etico che l’uomo ha la facoltà di creare: la hybris demiurgica dell’arte.